• LATEST NEWS & INSIGHTS 18 DICEMBRE 2020

    Pubblicato il: 17/12/2020


    Divieto del patto cd. leonino.

     

    Con sentenza n. 4628/2020 il Tribunale di Milano Sezione Specializzata in Materia di Impresa è intervenuta nuovamente in merito all’applicazione dell’art. 2265 c.c. alle opzioni di vendita di partecipazioni sociali a prezzo predeterminato (cd. opzioni “put”).

     

    Ripercorrendo le principali pronunce giurisprudenziali, di merito e di legittimità, riguardanti il divieto di patto cd. leonino (cfr. art. 2265 c.c. Patto leonino – “E’ nullo il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite”), il Tribunale di Milano:

     

    (i) ha ribadito la rilevanza del divieto ex 2265 c.c. (dettato in tema di società semplice) anche nel settore delle società di capitali (come già in Cass. Civ. n. 8927/1994);

     

    (ii) ha richiamato le precedenti pronunce del foro di Milano che hanno ritenuto la nullità di opzioni “put” a prezzo predefinito comprendente sia l’intero ammontare del corrispettivo di acquisto della partecipazione che gli esborsi sopportati dal socio “leone” per operazioni di ricapitalizzazione della società partecipata (Trib. Milano, 30.12.2011, nonché Corte d’Appello Milano, 17.09.2014 e 19.02.2016), e l’hanno invece negata laddove l’esclusione dalle perdite non si presentava “totale e costante”, ad esempio perché non riguardante gli esborsi connessi a ricapitalizzazione della società partecipata (in tal senso Trib. Milano 3.10.2013, 22.7.2015, 18.10.2017 e 30.01.2018);

     

    (iii) ha menzionato un proprio precedente del 27.03.2020 che – precisando la portata dell’applicazione del divieto di cui all’art. 2265 c.c. – ha ritenuto che “la perdita per il socio non può che essere intesa nell’accezione di cui agli artt. 2446, 2447, 2482 bis, 2482 ter, ovvero perdite di esercizio capaci di intaccare il capitale sociale per oltre 1/3 o addirittura farlo scendere sotto il minimo legale. Quindi esclusione dalle perdite del socio di società di capitali significa che, per statuto o patto parasociale, il socio è in grado, mantenendola stessa partecipazione, di scaricare sugli altri soci il costo delle perdite di esercizio che intaccano almeno di un terzo il capitale sociale”; e

     

    (iv) si è parzialmente discostato dal precedente giurisprudenziale della Corte di Cassazione n. 17498/2018, nella parte in cui – con una pronuncia parsa a molti innovativa – aveva ritenuto meritevole di tutela l’accordo dei soci con il quale uno di essi, in occasione di un finanziamento partecipativo, si obbligava a manlevare l’altro dalle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società mediante l’attribuzione del diritto di vendita (c.d. “put”) entro un termine dato e ad un prezzo predeterminato, pari a quello dell’acquisto maggiorato degli interessi e del rimborso dei versamenti operati nelle more in favore della società.

     

    A tale ultimo riguardo, il Tribunale di Milano – non condividendo l’argomentazione della Cassazione secondo cui l’opzione put a prezzo predeterminato avrebbe attuato un mero “trasferimento del rischio puramente interno fra un socio e un altro socio o un terzo” e reso meritevole di tutela la causa concreta del negozio di opzione risolventesi in una causa mista, associativa e di finanziamento dell’impresa sociale – ha dichiarato la nullità del patto di opzione di vendita che nella sostanza assicurava al socio “uscente” il disinvestimento di tutti i capitali versati e, dunque, l’esclusione dalla partecipazione alle perdite dell’ente; ciò che nella fattispecie era assicurato dalla corresponsione di un prezzo predefinito, pari ad un corrispettivo fisso da incrementarsi degli eventuali esborsi sopportati dal socio, ed indipendentemente dal fatto che gli accordi tra soci prevedevano una contestuale e speculare opzione “call” a favore dell’altro socio.

     

    Secondo i giudici milanesi, infatti, in aderenza ai principi già espressi da Cass. Civ. n. 8927/1994 e derogando in parte qua da Cass. Civ. n. 17498/2018:

     

    a) l’art. 2265 c.c. colpisce con la sanzione di nullità il patto avente ad oggetto l’esclusione del socio da ogni partecipazione agli utili e/o dalle perdite maturati dalla società;

     

    b) la ratio del divieto di cui all’art. 2265 c.c. è connessa alla struttura causale del contratto sociale (inteso quale unione di più patrimoni al fine del raggiungimento dello scopo comune di suddividere i risultati dell’impresa economica) e non ammette la totale esclusione di uno o più soci – quali titolari di una quota al capitale sociale – da quei risultati;

     

    c) la comminatoria di nullità è configurabile laddove il patto di opzione dia un risultato “leonino” sia in via diretta (ex art. 1418 c.c.) che indiretta (ex art. 1344 c.c.) e ciò secondo un giudizio da svolgersi con riferimento al momento genetico del negozio (e perciò indipendentemente da successive verifiche in merito al fatto che il socio abbia effettivamente eseguito esborsi in favore della società o ne abbia chiesto il rimborso all’altro socio in occasione dell’esercizio della put).

     

    Alla luce di tale ulteriore pronuncia, riepilogativa del panorama giurisprudenziale già disponibile in argomento, dovrà usarsi perciò ulteriore e maggiore cautela nella negoziazione e predisposizione di patti di opzione put, se non si vuole correre il rischio che gli stessi vengano successivamente dichiarati nulli, con conseguente vanificazione del risultato o degli effetti auspicati dal socio particolarmente al momento dell’ingresso nella compagine sociale di enti che versano in situazioni di difficoltà finanziaria.

     

    c.visco@macchi-gangemi.com
    v.spinelli@macchi-gangemi.com

     

     

     

    L’attuazione in Italia del regolamento (UE) 655/2014 che istituisce l’ordinanza europea di sequestro conservativo dei conti bancari.

     

    In data 1 dicembre 2020 è entrato in vigore il decreto legislativo n. 152 del 26 ottobre 2020 (di seguito “Il Decreto”), avente per l’oggetto l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) n. 655/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014 (di seguito “Il Regolamento”).

     

    Il regolamento mira a facilitare il recupero dei crediti tra i Paesi dell’Unione Europea in materia civile e commerciale, stabilendo una nuova procedura che consente a un Giudice di uno Stato Membro di emettere, su richiesta di un creditore, un’ordinanza europea di sequestro conservativo (di seguito “l’Ordinanza”) dei conti bancari di un debitore che si trovano in un altro Stato Membro.

     

    L’Ordinanza può essere chiesta:

    – nei casi transnazionali coinvolgenti Paesi dell’Unione Europea, ossia quando il conto, alla data della domanda, si trova in un Paese dell’Unione Europea diverso da quello in cui il creditore è domiciliato o in cui ha sede il tribunale adito;

    – in alternativa alle procedure nazionali, che non sono sostituite dalla procedura europea.

     

    L’autorità giudiziaria competente a emettere l’Ordinanza è, di norma, quella competente a decidere il merito della causa. Il creditore deve comunque dimostrare al giudice l’esistenza di un rischio reale che giustifica la necessità di congelare il conto del debitore. Se il creditore richiede l’Ordinanza prima di avere ottenuto una decisione di merito deve anche fornire prove sufficienti a dimostrare la verosimile esistenza del credito.

     

    Per garantire l’effetto sorpresa e l’utilità dell’Ordinanza, il debitore non viene informato prima della sua emissione e attuazione.

     

    Il creditore che non dispone di informazioni relative al conto del debitore può, a determinate condizioni, chiedere all’autorità giudiziaria di ottenere tali informazioni dalle autorità a tal fine designate nel Paese dell’Unione Europea in cui l’Ordinanza dovrà essere eseguita.

     

    L’ordinanza emessa in uno Stato Membro in conformità al regolamento è riconosciuta negli altri Stati membri senza che sia necessaria una procedura speciale di riconoscimento ed è esecutiva senza che sia necessaria una dichiarazione di esecutività.

     

    Al fine di controbilanciare il fatto che l’Ordinanza è emessa ed attuata non in contraddittorio con il debitore, sono previste le seguenti garanzie avverso il suo utilizzo abusivo:

     

    – la possibilità per il debitore di impugnare l’ordinanza non appena viene informato del blocco dei suoi conti;

     

    – la previsione di un deposito cauzionale da parte del creditore, a garanzia di eventuali danni causati dall’Ordinanza;

     

    – la previsione di una responsabilità del creditore per eventuali danni causati al debitore dall’Ordinanza per colpa del creditore.

     

    Il Decreto disciplina alcuni aspetti della procedura che il Regolamento demanda alla normative dei singoli Stati Membri. In particolare, il Decreto:

     

    – individua il giudice competente a emettere l’Ordinanza nel caso in cui il credito sia fondato su un atto pubblico;

     

    – in caso di esecuzione dell’Ordinanza in Italia, individua l’autorità di informazione competente ad acquisire le informazioni sui conti bancari del debitore su richiesta dell’autorità giudiziaria presso la quale è depositata la domanda di sequestro;

     

    – dispone che la ricerca delle informazioni sui conti bancari del debitore avvenga con le modalità telematiche di cui all’art. 492-bis c.p.c.;

     

    – individua le procedure applicabili ed il giudice competente per l’esecuzione dell’Ordinanza in Italia e per i rimedi avverso il provvedimento che la concede (o la respinge) o avverso la sua esecuzione.

     

    Il Decreto, dunque, costituisce un importante strumento sia per i creditori di uno Stato Membro che intendono sequestrare i conti bancari di un debitore che si trovano in Italia, sia per i creditori italiani che intendono chiedere al Giudice italiano un’ordinanza europea di sequestro conservativo dei conti bancari di un debitore che si trovano in un altro Stato Membro.

     

    m.deboni@macchi-gangemi.com

     

     

    Il Parlamento Europeo detta le linee guida per la responsabilità nel settore dell’intelligenza artificiale: quali cambiamenti per le aziende del settore?

     

    Il 20 ottobre scorso il Parlamento Europeo ha emanato la Risoluzione recante raccomandazioni alla Commissione su un regime di responsabilità civile per l’intelligenza artificiale (IA), contenente una proposta di Regolamento sulla responsabilità per il funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale.

     

    La risoluzione si inserisce nel quadro delle proposte inviate dal Parlamento alla Commissione, in vista di una proposta legislativa di quest’ultima sull’intelligenza artificiale.

     

    La scelta di un Regolamento, secondo l’istituzione europea, sarebbe necessaria per la creazione di un vero e proprio mercato unico digitale; in tal modo si garantirebbe infatti la certezza giuridica “lungo tutta la catena della responsabilità che include il produttore, l’operatore, la persona interessata e qualsiasi altro soggetto terzo”.

     

    L’aspetto chiave della proposta del Parlamento Europeo è la previsione di un sistema di responsabilità oggettiva per gli operatori di sistemi di IA ad alto rischio (che saranno elencati in un futuro allegato al Regolamento, periodicamente rivisto dalla Commissione).

     

    Gli operatori di sistemi di IA ad alto rischio (sia front-end che back-end) non potrebbero, quindi, eludere la propria responsabilità sostenendo di aver agito con diligenza, o che il danno o il pregiudizio sia stato cagionato da un’attività, dispositivo o processo autonomo guidato dal loro sistema IA.

     

    Il Regolamento poi dovrebbe prevedere l’importo massimo del risarcimento in caso di morte, o danni alla salute e all’integrità fisica, nonché quello in caso di danni patrimoniali o non patrimoniali che risultino comunque in una perdita economica verificabile.

     

    In questo contesto diviene centrale la definizione di sistemi IA ad alto rischio, che il Parlamento individua – sulla base di quanto indicato anche dalla Commissione Europea nel suo White Paper on Artificial Intelligence– in linea generale laddove vi sia una pronunciata autonomia del sistema utilizzato e un’importante potenzialità di danno per una o più persone, anche in relazione al settore di attività (es. sanità, trasporti, energia, polizia)

     

    Se la linea proposta dal Regolamento verrà confermata dal successivo iter legislativo europeo, si avrà certamente un quadro di maggiore chiarezza normativa, che dovrà essere valutato in maniera estremamente attenta dalle imprese, sin dalle prime fasi di attività, soprattutto laddove il loro settore sia qualificato ad alto rischio.

     

    a.neri@macchi-gangemi.com

     

     

     

    Contratti di rete di solidarietà: soluzioni creative al tempo del blocco dei licenziamenti.

     

    Con la conversione in legge del decreto Rilancio (D.L. n. 34/2020), il legislatore ha introdotto all’art. 43 bis il contratto di rete con causale di solidarietà, incoraggiandone il ricorso quale strumento per contrastare la crisi economica causata (rectius aggravata) dall’emergenza Covid.

     

    Val la pena ricordare che il contratto di rete è nato con lo scopo di aiutare le imprese ad “accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato” (art. 3, comma 4ter, D.L. n. 5/2009). Con la stipula di un “programma comune di rete”, imprenditori o soggetti che svolgono attività professionale, si obbligano a collaborare, a scambiarsi informazioni o prestazioni oppure ad esercitare in comune attività rientranti nell’oggetto della propria impresa.

     

    Ora, per l’anno 2020 (ma è attualmente in discussione l’estensione della misura al 2021) il legislatore prevede che il contratto di rete tra imprese possa essere stipulato anche al fine di favorire il mantenimento dei livelli occupazionali delle imprese di filiere colpite da crisi economiche in seguito a situazioni di crisi o stati di emergenza dichiarati con provvedimenti delle autorità competenti.

     

    Rientrano, dunque, tra le finalità del contratto di rete di solidarietà:

     

    (i) l’impiego di lavoratori delle imprese partecipanti alla rete a rischio di perdita del posto di lavoro;

    (ii) l’inserimento di persone che hanno perso il posto di lavoro per chiusura di attività o crisi di impresa;

    (iii) l’assunzione di figure professionali necessarie al rilancio delle attività produttive nella fase di uscita dalla crisi,

     

    da perseguire ricorrendo agli istituti del distacco di personale e (per ora teoricamente, in attesa dell’emanazione di un decreto attuativo del Ministero del Lavoro) della codatorialità presso aziende partecipanti alla rete.

     

    Alla luce del fatto che l’obiettivo strategico del contratto di rete di solidarietà è il mantenimento dei livelli di occupazione delle imprese, sia il Ministero dello Sviluppo Economico, sia Retimpresa, suggeriscono di considerare in senso ampio il concetto di “impresa appartenente a filiere colpite da crisi”, così da ammettere la costituzione di reti con causale di solidarietà, laddove anche solo una o più imprese retiste – e non, necessariamente, tutte – appartengano a filiere dichiarate in crisi.

     

    Inoltre, per incoraggiarne l’utilizzo, pur rimanendo fermo l’obbligo di iscrizione del contratto di rete nel registro delle imprese, il legislatore ha previsto che il contratto di rete di solidarietà sia sottoscritto con modalità semplificate, derogando alla necessità di redigere il contratto per atto pubblico o scrittura privata autenticata.

     

    Sotto il profilo giuslavoristico, come per qualsiasi formale contratto di rete, appare senz’altro vantaggiosa la maggiore flessibilità delle imprese retiste di concludere accordi di distacco del personale. Infatti, nell’ambito di un contratto di rete, si dà per esistente il requisito dell’interesse al distacco di uno o più dipendenti di imprese partecipanti alla rete stessa, oltre ad introdurre il concetto di “codatorialità”, ossia la coesistenza di più datori di lavoro rispetto allo stesso personale. Di conseguenza, in tale ambito, viene enormemente ridotto il rischio che accordi di distacco di personale siano considerati illegittimi in quanto elusivi della normativa che disciplina la somministrazione di personale.

     

    Il neonato contratto di rete con causale di solidarietà è senz’altro una misura interessante e da tenere in debita considerazione tra gli strumenti (pochi, a dire il vero, soprattutto se si considera la progressiva estensione del blocco dei licenziamenti) disponibili, a livello nazionale, per la gestione degli esuberi.

     

    e.noto@macchi-gangemi.com

     

     

    Disegno di Legge di Bilancio 2021: le novità in arrivo per le imprese.

     

     

    Il Consiglio dei Ministri ha approvato nei giorni scorsi il disegno di legge “A.C. 2790-bis” recante il Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023 (di seguito, “DDL Bilancio 2021”).

     

    IL DDL Bilancio 2021, che si muove in coerenza con gli obiettivi programmatici indicati nella Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (c.d. “NADEF”), si compone di 229 articoli ed è suddiviso, secondo quanto prescritto dalla legge di contabilità, in due sezioni.

     

    Qui di seguito, si riassumono le principali disposizioni di carattere fiscale previste dal DDL Bilancio 2021, di interesse per le imprese:

     

    a) Credito d’imposta per le spese di consulenza relative alla quotazione delle PMI (art. 36): è prorogata al 31 dicembre 2021 la disciplina del credito d’imposta per le spese di consulenza relative alla quotazione delle PMI;

     

    b) Incentivi fiscali alle operazioni di aggregazione aziendale (art. 39): in caso di operazioni di fusione, scissione e conferimento d’azienda deliberate nel 2021, è attribuito un credito d’imposta sulle attività per imposte anticipate (c.d. “Deferred Tax Assets – DTA”) riferite a perdite fiscali ed eccedenze ACE. L’importo massimo di DTA trasformabile in credito d’imposta è pari al 2% delle attività dei soggetti partecipanti all’operazione di aggregazione aziendale;

     

    c) Rafforzamento patrimoniale delle imprese di medie dimensioni (art. 42): è prorogata al 30 giugno 2021, con riferimento agli investimenti effettuati entro il 31 dicembre 2020, la disciplina volta al riconoscimento del credito d’imposta in caso di aumento del capitale sociale a pagamento di cui all’art. 26 del D.L. n. 34/2020;

     

    d) Fondi di investimento esteri (art. 110): è previsto il regime di esenzione per gli utili percepiti e per le plusvalenze/minusvalenze realizzate dagli OICR di diritto estero istituiti in Stati UE o Stati SEE che consentono un adeguato scambio di informazioni, in analogia con quanto previsto per gli OICR di diritto italiano;

     

    e) Credito d’imposta per attività di R&S (art. 185): è prorogata al 31 dicembre 2022 la disciplina per il riconoscimento del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica e altre attività innovative di cui all’art. 1, commi da 198 a 209 della Legge n. 160/2019;

     

    f) Modifiche alla disciplina degli accordi preventivi (art. 196): viene modificato il termine di decorrenza degli accordi preventivi unilaterali e bilaterali/multilaterali di cui all’art. 31-ter del D.P.R. n. 600/1973 tra Amministrazione finanziaria e imprese che esercitano attività internazionale, facendolo retroagire fino ai periodi d’imposta per cui non sia ancora decorso il termine per l’accertamento.

     

    a.salvatore@macchi-gangemi.com

    f.dicesare@macchi-gangemi.com

     

     

     

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