• LATEST NEWS & INSIGHTS 26 OTTOBRE 2020

    Pubblicato il: 26/10/2020


    Countdown Brexit: Implicazioni per i contratti commerciali attuali e futuri

     

    In vista del prossimo vertice europeo fissato il 15-16 ottobre per discutere il bilancio UE 2021-2027, si sono riaccesi i riflettori sull’accordo commerciale UE-UK il quale non é stato ancora raggiunto. I problemi in sospeso riguardano la concorrenza, il mercato della pesca, le esportazioni e anche se – secondo le stime della London School of Economics – un “no-deal” avrebbe un impatto sull’economia britannica almeno due volte maggiore rispetto a quello provocato sinora dalla pandemia del Covid-19, attualmente tale possibilità resta aperta. Le aziende devono prepararsi alla Brexit, identificando e affrontando in anticipo le sfide e i rischi che questa pone.

     

    Indipendentemente dal raggiungimento di un eventuale accordo tra Regno Unito e l’UE, il 2021 comporterà costi aggiuntivi per i fornitori di beni provenienti da o diretti verso il Regno Unito. Le clausole dei contratti commerciali che rimarranno in vigore oltre il periodo di transizione della Brexit devono essere riviste. Inoltre alcuni contratti a lungo termine potrebbero non essere più adeguati e dovranno essere modificati o risolti. In particolar modo negli O.E.M. Long-Term Supply Agreement, uno dei problemi potrebbe riguardare la necessità per il fornitore di adeguare il prezzo di cessione delle merci vendute ad un acquirente inglese in funzione ai maggiori costi che egli dovrà sostenere in conseguenza della Brexit. Per un fornitore italiano, invece, tale incremento del costo potrebbe derivare (i) dalla necessità di dover adeguare le merci a nuovi standard tecnici richiesti e (ii) da eventuali dazi sull’importazione introdotti a seguito dell’uscita del Regno Unito dal mercato europeo. Per i contratti successivi al 31 dicembre 2020, l’allocazione dei costi e dei rischi dovrebbe essere presa in considerazione durante la negoziazione e la successiva stesura del contratto.

     

    Rivedi il tuo contratto! Per i contratti esistenti e che mantengono i loro effetti anche dopo il periodo di transizione, l’uscita del Regno Unito comporta cambiamenti che attengono alle tariffe, alle procedure doganali aggiuntive, all’etichettatura dei prodotti e alle licenze. Modifiche come queste potrebbero incidere materialmente sull’accordo commerciale tra le parti. Ad esempio, se la tua azienda con sede in UK immette merci nel territorio europeo, alla fine del periodo di transizione, dovrà subire un nuovo processo di etichettatura. Alla fine del periodo di transizione, in assenza di accordo contrario, le imprese del Regno Unito dovranno inoltre applicare le procedure doganali e l’IVA con le stesse tariffe per i beni scambiati al di fuori dell’UE. Infine, per quanto riguarda le licenze, dopo la fine del periodo di transizione, la spedizione di alcune merci tra gli Stati membri dell’UE e il Regno Unito richiederà nuove licenze di importazione/esportazione.

     

    Se l’azienda non ha sede in UK, ma in uno Stato dell’Unione, e intrattiene rapporti contrattuali con aziende britanniche, è comunque opportuno riesaminare le clausole contrattuali prima della fine dell’anno. È probabile che il contratto preveda una clausola sulla “force majeure” che consente ad una parte di sottrarsi dall’esecuzione del contratto in seguito al verificarsi di determinati eventi che si caratterizzano per l’essere al di fuori del controllo della parte che la invoca.

     

    Nell’ambito dell’ordinamento britannico non esiste (a differenza del sistema legale civilistico italiano o francese), un riferimento normativo specifico sulla forza maggiore, o alla cosiddetta eccessiva onerosità sopravvenuta, che possa supplire a situazioni non previste contrattualmente, per cui l’individuazione e la determinazione di questi concetti giuridici è rimessa esclusivamente alle eventuali pattuizioni contenute all’interno dei contratti tra le parti.

     

    In questo contesto, si potrebbe ipotizzare l’evento Brexit come un evento di forza maggiore, nella misura in cui sia possibile che tale evento possa influire negativamente sulla capacità di una parte ad adempiere ai propri obblighi contrattuali. Tuttavia occorre sottolineare che, a meno che la clausola non aveva previsto espressamente l’evento Brexit, difficilmente i tribunali inglesi ammetteranno la Brexit come causa in grado di impattare i contratti esistenti.

     

    Valuta i rischi. In relazione alla negoziazione dei nuovi contratti, le parti dovrebbero considerare in che modo il loro accordo possa essere influenzato dalla Brexit e cercare di fornire un rimedio contrattuale nella misura più ampia possibile. Ad esempio si potrebbe ricorrere alle cd. ”clausole Brexit“, ovvero disposizioni contrattuali che forniscono un meccanismo o una procedura per affrontare i rischi e per aiutare le parti a raggiungere il risultato concordato, determinando alle volte un cambiamento nei diritti e negli obblighi delle parti stesse a seguito dell’evento predeterminato.

     

    Alcune clausole potrebbero creare un eventuale spazio alla successiva contrattazione e rinegoziazione dei termini contrattuali tra le parti al fine di risolvere problemi che potrebbero sorgere in seguito della Brexit. Altre clausole potrebbero considerare i nuovi dazi sulle importazioni ed esportazioni e gli ulteriori requisiti relativi alle modalità di presentazione di documenti e di ottenimento di licenze, prevedendo una rinegoziazione dei costi.

     

    È inoltre probabile che la Brexit comporti ritardi nella ricezione e nella consegna delle merci tra UE e UK, influendo sulla capacità di rispettare gli impegni contrattuali, quindi é necessario considerare durante la stipulazione delle clausole a eventuali rimedi per possibili ritardi e inadempimenti.

     

    Legge applicabile. Non c’è motivo per ritenere che, dopo il periodo di transizione, la scelta della legge inglese come legge applicabile al contratto diventi meno attraente.

     

    Il diritto contrattuale inglese deriva principalmente dal common law e l’unico intervento rilevante del diritto dell’UE sui contratti commerciali è stato dato dalla Direttiva sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (2011/7/UE), la quale ha replicato la legge esistente nel Regno Unito. Ciò significa che il diritto contrattuale inglese non sarà in gran parte influenzato dall’uscita del Regno Unito dalla UE. Al contrario i vantaggi della scelta del diritto inglese permangono e si caratterizzano per la prevedibilità e la forza giuridica dei precedenti giudiziari.

     

    Inoltre i tribunali degli Stati membri dell’UE sarebbero tenuti a rispettare, anche dopo la fine del periodo di transizione, la scelta di legge contrattuale ai sensi del Regolamento Roma I (593/2008/CE) in relazione alle obbligazioni contrattuali e del Regolamento Roma II (864/2007/CE) in relazione alle obbligazioni extracontrattuali.

     

    D’altra parte, all’interno dell’UE, la rifusione del Regolamento di Bruxelles (I) consente alle parti contrattuali di scegliere quale tribunale avrà la giurisdizione, e prevede il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze tra gli Stati membri dell’UE. Durante il periodo di transizione, la rifusione del Regolamento di Bruxelles continuerà ad applicarsi, tuttavia dopo la fine di tale periodo, il regolamento potrà cessare di trovare applicazione. In questo probabile scenario, sebbene le parti restino in grado di attribuire ai tribunali inglesi la giurisdizione sul contratto in disputa, tuttavia l’esecuzione delle sentenze inglesi in altri Stati membri dell’UE sarebbero soggette a leggi procedurali nazionali e di convalida che potrebbero offrire un trattamento meno favorevole alle sentenze inglesi.

     

    Le aziende devono prepararsi alla Brexit, identificando e affrontando in anticipo le sfide e i rischi che questa pone, non solo per le aziende del Regno Unito. È quindi importante farsi trovare preparati ai nuovi cambiamenti ed agire in tempo.

     

    s.macchi@macchi-gangemi.com

     

     

    Novità in tema di interessi usurari

     

    Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n.19597/2020 chiariscono, in modo “definitivo”, la rilevanza degli interessi moratori ai fini del calcolo del tasso usurario, mettendo fine alla diversità di interpretazione, anche in seno alla stessa Corte di Cassazione. Gli intermediari finanziari sono ora chiamati a verificare le procedure interne per il calcolo degli interessi, il contenuto degli accordi in essere e le clausole da utilizzare nella redazione dei nuovi contratti, oltre a doversi difendere da eventuali contenziosi.

     

    Questa sentenza ha quindi rilevanza per tutti i contratti (non solo per contratti di finanziamento ma anche per i contratti commerciali) per i quali sono pattuiti interessi moratori per obbligazioni pecuniarie.

     

    Le Sezioni Unite affrontano una vicenda giudiziale iniziata dinanzi alla corte di merito di primo grado nel 2008 e relativa a un credito al consumo stipulato nel 2002, oggetto di varie cessioni lato creditore e rispetto alla quale vicenda la Corte di Appello, tra l’altro, aveva dichiarato la nullità della clausola sugli interessi in virtù dell’applicabilità della legge n.108/1996 agli interessi moratori a seguito della interpretazione autentica degli articoli 1815 c.c. e 644 c.p. data dal d.l.n.394/2000.

     

    Contro la sentenza di appello era stato proposto ricorso per Cassazione e il ricorso era giunto alle Sezioni Unite proprio in merito alla applicabilità della disciplina antiusura agli interessi moratori, tra l’altro, proprio perché il ricorrente ritiene che la normativa antiusura non sia applicabile agli interessi moratori, che hanno “la funzione di risarcire il danno derivante dal ritardo nell’adempimento, sono funzionali all’ordine pubblico economico e hanno il ruolo di deterrente rispetto all’inadempimento, trovando la loro disciplina nell’art. 1224 c.c.” e pertanto sono fuori dall’ambito di applicazione della normativa antiusura (l’art. 1815 c.c. e 644 c.p.). In definitiva, gli interessi moratori sarebbero una penale e non dei veri interessi.

     

    Nel tempo infatti si sono succedute interpretazioni differenti sul tema dell’applicabilità o meno della normativa antiusura agli interessi moratori.

     

    In particolare, l’interpretazione restrittiva è basata, tra l’altro, sia sulla lettera della norma (art. 1815 c.c. e art. 644 c.p. fanno riferimento solo agli interessi corrispettivi) sia sulla diversa funzione (e causa giuridica dell’attribuzione) remuneratoria degli interessi corrispettivi e compensativa degli interessi moratori (che svolgono una funzione di compensare il creditore per la perdita della disponibilità del denaro mai accettata ma solo subita), mentre la tesi estensiva è basata sia sulla diversa interpretazione della lettera della norma degli art. 1815 c.c. “a qualsiasi titolo”, sulla interpretazione finalistica della legge n. 108/1996.

     

    Le Sezioni Unite, ripercorrendo le ragioni di una e dell’altra tesi, abbracciano la tesi estensiva, “affinché il debitore abbia più compiuta tutela” poiché la tutela apprestata dall’art. 1384 c.c. (vale a dire riduzione della penale eccessiva) non sarebbe equivalente alla tutela apprestata dall’ordinamento per gli interessi usurari.

     

    Questa sentenza impone

    – un ripensamento delle procedure interne agli intermediari finanziari in merito alle verifiche periodiche circa i tassi di interesse applicati e/o applicabili;

    – una attenta verifica ulteriore per i contratti finanziari attualmente in corso;

    – la modifica delle clausole standard finora utilizzate con riferimento ai nuovi contratti da stipulare al fine di controllare il calcolo della soglia di usurarietà.

     

    Infine, gli effetti di questa sentenza potrebbero riflettersi anche per quei contratti già chiusi e completamente eseguiti, laddove il debitore intravveda la possibilità di recuperare (giudizialmente) parte delle somme già incassate dalla banca.

     

    s.dellatti@macchi-gangemi.com

     

     

    La disciplina sulla responsabilità degli enti (D.lgs. 231/2001) si applica ad una S.r.l. unipersonale?

     

    In una recente sentenza di luglio 2020, il Tribunale penale di Milano – nella persona del Presidente dell’ufficio del giudice delle indagini preliminari – ha ritenuto non doversi procedere nei confronti di una S.r.l. unipersonale in liquidazione per l’assenza di un autonomo centro di interessi rispetto a quello degli autori del reato.

     

    Il D.lgs 231/2001 prevede la responsabilità amministrativa dell’ente per specifici reati (c.d. reati presupposto) commessi nel suo interesse o a suo vantaggio, da amministratori, soggetti con funzioni di direzione ed anche terzi che operino nell’interesse o per conto dell’ente, a meno che (inversione dell’onore della prova) l’ente non provi :

    – di aver adottato ed efficacemente attuato – prima della commissione del fatto – modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire alcuni specifici reati elencati nel predetto D.Lgs.;

    – di aver affidato la vigilanza sul rispetto del modello ad un organismo di vigilanza;

    – che il reato è stato commesso infrangendo fraudolentemente il modello;

    – che non vi sia stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo.

     

    La condanna, oltre alla sicura sanzione pecuniaria (che può arrivare a 2 mln €), può arrivare a sanzioni interdittive quali il divieto di contrarre con la pubblica amministrazione.

     

    Il PM aveva contestato alla S.r.l. la responsabilità dell’ente per il reato di truffa ai danni dello Stato o di altro ente pubblico, commessi dagli amministratori nell’interesse o a vantaggio della società, per non aver adottato, ed efficacemente attuato, prima della commissione del reato, un modello di organizzazione e di gestione idoneo a prevenire reati della specie di quello contestato, commessi per conto e nell’interesse della società.

     

    La fattispecie è singolare perché imputati del reato presupposto di cui all’art. 640 c.p. erano i due fratelli amministratori della S.r.l., uno dei quali aveva ricoperto il ruolo di Presidente, era liquidatore della S.r.l. al momento della discussione ed anche l’unico socio della società. Per di più, anche in considerazione dei ritardi ascrivibili all’emergenza da Covid-19, essendo stata completata la liquidazione, la società era prossima alla cancellazione dal registro imprese, con la conseguenza che l’eventuale sanzione sarebbe ricaduta, nei fatti, sull’unico socio, già imputato per la commissione del reato.

     

    Il Tribunale ha ritenuto che nel caso di specie non vi fosse il presupposto essenziale per l’applicazione della normativa sulla responsabilità da reato dell’ente, ossia la sussistenza di due centri autonomi e distinti di imputazione dei rapporti, l’uno riconducibile all’ente, la S.r.l. unipersonale, e l’altro, alla persona fisica imputata del reato presupposto.

     

    Ad avviso del Tribunale, in tale situazione a venir meno è la ratio della norma “la quale immagina contegni penalmente devianti tenuti da persone fisiche nell’interesse di strutture organizzative di un certo rilievo di complessità quale centro autonomi di imputazioni di rapporti giuridici distinto da chi ha materialmente operato” ed ancora “l’ente giuridico, in relazione al reato presupposto che è alla base della responsabilità amministrativa della persona giuridica, non era davvero necessario e infungibile trattandosi di contegno pacificamente riferibile a persone fisiche che lo avrebbero potuto realizzare senza alcuno schermo societario”.

     

    L’orientamento della giurisprudenza non è univoco ed anzi, in casi similari, più volte anche negli ultimi anni era stata ribadita dai giudici l’indubbia autonomia della persona fisica rispetto alla persona giuridica e quindi la responsabilità di quest’ultima.

     

    L’impressione è che nella decisione del Tribunale abbia avuto un ruolo, nei fatti, anche la coincidenza temporale della prossima cancellazione della società dal registro imprese con il risultato di far emergere ancor di più l’imputazione in capo ad un unico soggetto di quelli che sarebbero dovuti essere autonomi centri di interesse. Ciò detto, chi scrive ritiene che non si possa escludere tout court l’applicazione del D.lgs 231/2001 alle S.r.l. unipersonali in cui pure vi sia corrispondenza tra chi amministra ed il socio, e che vada invece analizzato il contesto e la situazione caso per caso.

     

    Se anche l’adozione del modello di organizzazione e gestione non è obbligatorio per legge, atteso il principio dell’inversione dell’onere della prova, è buona regola valutare attentamente la situazione, i profili di rischio caratteristici dell’attività della società, il tipo di rapporti instaurati con i collaboratori (il cui operato potrebbe ritorcersi contro la società) prima di decidere di escludere l’adozione del modello e la nomina di un organo di vigilanza che, tra l’altro, può anche essere monocratico e coincidere con la figura del sindaco.

     

    e.pucci@macchi-gangemi.com

     

     

    Potenziamento del “Golden Power” del governo italiano nei settori di rilevanza strategica (articoli 15, 16 e 17 del Decreto Legge 23/2020 convertito con Legge 40/2020).

     

    In sede di conversione, il Legislatore italiano, con lo scopo di salvaguardare gli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale fortemente minacciati dalla diffusione del Covid-19, ha ulteriormente precisato l’operatività dei poteri speciali esercitabili dal Governo, definendo più in dettaglio alcuni settori meritevoli di tutela.

     

    Il Decreto Legge 8 aprile 2020, n. 23 (c.d. “Decreto Liquidità”) – recante, tra l’altro, una serie di previsioni volte ad estendere l’operatività del Golden Power del Governo è stato convertito con la Legge 5 giugno 2020, n. 40, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 2020. Per un primo commento sulle modifiche introdotte dal Decreto Liquidità rimandiamo al nostro contributo del 17 aprile 2020 (http://www.macchigangemi.com/it/insights/newsletter-n-1-mpa-mdr-ita/ ).

     

    L’articolo 15 del Decreto Liquidità era già intervenuto sull’articolo 4-bis, comma 3, del Decreto Legge 21 settembre 2019, n. 105, prevedendo, nelle more dell’emanazione di un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (“DPCM”) volto ad individuare più specificatamente i beni e i rapporti di rilevanza strategica per l’interesse nazionale, un’estensione transitoria dell’ambito di applicazione della disciplina Golden Power alle seguenti materie indicate all’articolo 4, paragrafo 1, lettere c), d) ed e) del regolamento (UE) 2019/452:

    c) sicurezza dell’approvvigionamento di fattori produttivi critici, tra cui l’energia e le materie prime, nonché la sicurezza alimentare;

    d) accesso a informazioni sensibili, compresi i dati personali, o la capacità di controllare tali informazioni; o

    e) libertà e pluralismo dei media,

    precisando che nel settore finanziario devono intendersi compresi quello creditizio e quello assicurativo.

     

    In sede di conversione in legge, è stato ulteriormente precisato che il settore sanitario comprende anche i settori relativi alla produzione, l’importazione e la distribuzione all’ingrosso di dispositivi medicali, medico chirurgici e di protezione individuale (art. 15 del Decreto Liquidità) e che, nei settori agroalimentare e siderurgico, l’applicazione della normativa Golden Power è volta a perseguire l’ulteriore finalità della tutela del mantenimento dei livelli occupazionali e della produttività nel territorio nazionale (art. 17 del Decreto Liquidità).

     

    Si ricorda che la disciplina emergenziale prevede, fino al 31 dicembre 2020, l’obbligo di notifica al Governo, tra l’altro, di qualsiasi deliberazione, atto o operazione, acquisto di partecipazioni da parte di un’impresa, anche appartenente all’Unione Europea, che detenga uno o più beni nei settori individuati dal novellato Decreto Legge 15 marzo 2012, n. 21 che provochi il cambio di proprietà, del controllo o della disponibilità di tali beni o la modifica del loro utilizzo. I poteri speciali esercitabili in tali casi dal Governo comprendono, al verificarsi di determinate circostanze, il diritto di veto e la possibilità di imporre specifiche condizioni per le operazioni interessate.

     

    La disciplina speciale sarà ulteriormente integrata dal DPCM di prossima emanazione, attualmente oggetto di esame delle competenti commissioni parlamentari. Tale provvedimento governativo andrà ad individuare i beni e rapporti di rilevanza strategica nazionale soggetti a Golden Power ulteriori rispetto a quelli originariamente previsti nei settori della difesa, sicurezza, energia, trasporti, telecomunicazioni.

     

    Il DPCM rafforzerà e chiarirà, quindi, il perimetro di applicabilità del Golden Power individuando, per ognuno dei settori indicati all’articolo 4, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2019/452, le infrastrutture critiche, le tecnologie critiche, i fattori produttivi critici, le informazioni critiche e i rapporti di rilevanza strategica, definiti, secondo l’attuale schema di DPCM all’esame del Parlamento, quale le tecnologie, beni, rapporti, informazioni e attività economiche essenziali per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale della popolazione, nonché, in alcuni casi, anche per il progresso tecnologico.

     

    m.patrignani@macchi-gangemi.com

    m.dragone@macchi-gangemi.com

     

     

    La Sentenza nel caso Schrems c/ Facebook Ireland del 16 luglio 2020 (C-311/18) ed il trasferimento dei dati personali dall’Unione europea agli Stati Uniti d’America: siete conformi ai nuovi requisiti?

     

    Lo scorso 16 luglio la Corte di Giustizia Europea (“CGCE”) ha dichiarato invalida la “decisione di adeguatezza” sul livello di protezione nel trattamento dei dati personali allorché sia previsto il trasferimento dei dati dall’Unione europea (“UE”) agli Stati Uniti d’America (“USA”), anche conosciuta come “Privacy Shield” ed adottata dalla Commissione Europea nel 2016.

     

    In particolare, la Corte ha ritenuto che la normativa statunitense non rispetti il principio di protezione equivalente richiesto dalle norme UE, considerato che le autorità pubbliche degli USA possono accedere ai dati personali trasferiti, senza particolari limitazioni, per ragioni connesse alla sicurezza interna.

     

    La sentenza Schrems II stabilisce ora che le imprese europee che effettuano un trasferimento di dati personali verso gli USA devono adesso rivalutare tale trasferimento alla luce delle nuove indicazioni dettate dalla CGCE. In particolare, è stata confermata la validità delle clausole contrattuali standard, precisando tuttavia che deve essere garantito, previa verifica, un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello garantito nell’UE dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati 2016/679 (“GDPR”).

     

    In altre parole, le società potranno dunque avvalersi delle clausole contrattuali standard solo se è stata verificata la conformità con le disposizioni sul trasferimento dati del GDPR.

     

    L’European Data Protection Board (“EDPB”) ha prontamente elaborato delle linee guida, fornendo utili consigli e chiarendo alcuni passaggi della sentenza in oggetto. Ad esempio, viene specificato che è possibile utilizzare le deroghe prevista dall’art. 49 del GDPR, tra le quali il trasferimento basato sul consenso o ai fini dell’esecuzione di un contratto.

     

    Le conseguenze di questa pronuncia sono epocali. Di fatto, ad oggi, qualsiasi trasferimento verso gli USA è illegittimo se non è valutato alla luce dei nuovi principi espressi dalla CGCE con la Sentenza Schrems II.

     

    Avete già verificato la vostra conformità alla normativa UE come interpretata dalla Corte di Giustizia con riferimento ai trasferimenti dei dati verso gli USA?

     

    f.montanari@macchi-gangemi.com

    r.demarco@macchi-gangemi.com

     

     

    Lo scambio automatico di informazioni sui meccanismi di pianificazione fiscale aggressiva: cosa cambia con l’implementazione della Direttiva DAC 6 in Italia.

     

    Lo scambio automatico di informazioni sui meccanismi di panificazione fiscale aggressiva diventa obbligatorio anche in Italia. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’11 agosto 2020 del D.Lgs. 30 luglio 2020, n. 100 (in vigore dal 26 agosto), è stata finalmente data attuazione alla Direttiva (UE) 2018/822 del Consiglio, del 25 maggio 2018, recante modifica della Direttiva 2011/16/UE in materia di scambio automatico obbligatorio di informazioni nel settore fiscale relativamente ai meccanismi transfrontalieri soggetti all’obbligo di notifica (“Direttiva DAC 6”).

     

    Il decreto legislativo di recepimento si colloca come punto di arrivo del processo di rafforzamento della trasparenza ritenendo che essa costituisca un prerequisito per combattere in modo efficace la pianificazione fiscale aggressiva. L’Italia potrà scambiare i dati fiscali, inviati dai contribuenti e dagli intermediari, con gli altri Paesi europei al fine di esaminare le operazioni transfrontalieri che sono potenzialmente utilizzabili per attuare ipotesi di pianificazione fiscale aggressiva.

     

    La Direttiva DAC 6 – che rappresenta la sesta modifica allo scambio di informazioni tra Amministrazioni europee – doveva essere inizialmente recepita da ciascun Stato membro entro il 31 dicembre 2019, con pieno effetto a partire dal 1 luglio 2020.

     

    Tuttavia, in prossimità della data in cui avrebbero dovuto essere effettuate le prime comunicazioni, il Consiglio UE ha approvato la Direttiva (UE) 2020/876 del 24 giugno 2020 recante il rinvio fino a sei mesi dei termini per l’adempimento degli obblighi previsti dalla Direttiva DAC 6 a causa della pandemia da Covid-19. Le gravi limitazioni derivanti dalla pandemia hanno infatti inciso sulla normale operatività delle istituzioni, con conseguente impatto negativo sulla capacità delle Amministrazioni fiscali di raccogliere e trattare i dati.

     

    Per effetto del differimento dei termini, i soggetti tenuti a rispettare gli obblighi di comunicazione (intermediari e contribuenti) dovranno comunicare entro il 30 gennaio 2021 i dati relativi alle operazioni effettuate tra il 1 luglio e il 31 dicembre 2020. Mentre entro il 28 febbraio 2021 dovranno essere inviati i dati delle operazioni intercorse nel periodo dal 25 giugno 2018 (data di entrate in vigore della Direttiva DAC 6) al 30 giugno 2020.

     

    Se in pendenza del termine di rinvio gli Stati membri dovessero adottare nuove misure di confinamento per rischi legati alla salute pubblica, la Commissione potrà prorogare ulteriormente i termini per la comunicazione e lo scambio di informazioni per un massimo di tre mesi.

     

    a.salvatore@macchi-gangemi.com

    f.dicesare@macchi-gangemi.com

     

     

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